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Aggiornamenti aprile 2008
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Il 10 maggio in Birmania è previsto un referendum costituzionale, promosso dalla giunta militare al potere per legalizzare la sua dittatura e per attenuare le pressioni internazionali: le forze interne di opposizione al regime hanno iniziato clandestinamente una campagna di informazione e di propaganda per il “no” al referendum.
Purtroppo gli avvenimenti del mese di aprile lasciano chiaramente intendere che il referendum si svolgerà in un clima tutt’altro che democratico.
Il suffragio non sarà universale, il voto è precluso ai membri di qualsiasi ordine religioso e ai detenuti per motivi politici.
Il testo della costituzione è stato messo in vendita, ma in pochissime copie e solo nelle grandi città; giornalisti della rivista asiatica The Irrawaddy testimoniano che fuori Yangoon è impossibile ottenere il testo.
Insieme alla propaganda ufficiale in favore della costituzione sui media di stato, il regime birmano ha iniziato una aggressiva campagna di intimidazione: è stato annunciato che chi voterà “no” rischierà il licenziamento o la confisca dei terreni, la legge prevede fino a tre anni di carcere per chi tiene comizi o anche solo distribuisce materiale informativo sul referendum.
Le minacce di ritorsione sono aggravate dal fatto che la segretezza del voto non sarà garantita per molte categorie di persone: insegnanti, dipendenti pubblici, degenti negli ospedali o a casa voteranno in anticipo sotto lo sguardo di un ufficiale.
L’opposizione politica è osteggiata anche con mezzi illegali: tramite il sito di informazione Mizzima News sono emerse denunce di aggressioni ad attivisti politici da parte di squadroni di teppisti, ignorati quando non direttamente appoggiati dalle autorità.
Ma l’antidemocraticità di questo referendum si manifesterà soprattutto nei seggi, dove gli scrutatori sono istruiti ad annullare le schede relative a voti contrari e dove si troveranno ufficiali dell’esercito e gruppi di persone appositamente ingaggiate per convincere i cittadini a votare per il sì.
La dissidenza in Birmania trova comunque ancora modi per esprimersi: in un villaggio nel centro del paese, Myingyan Township, su tutte le mura esterne sono state dipinte delle croci, simboleggianti il “no”, in segno di protesta.
Il 27 del mese è stata tentata una manifestazione di protesta di fronte alla Pagoda Shwedagon (Yangoon), ma il gruppo di monaci e di attivisti, cui si erano aggiunti molti passanti, è stato disperso prima che riuscisse a entrare nel giardino della pagoda.
Sul piano internazionale non ci sono stati cambiamenti sostanziali nelle posizioni dei singoli stati: gli Stati Uniti hanno conferito ad Aung San Suu Kyi la Congressional Gold Medal, la massima onorificenza civile americana; l’Unione Europea ha prolungato di 12 mesi le sanzioni economiche che erano state imposte a settembre, ma continua ad importare petrolio e gas dalla Birmania (la compagnia francese Total sta portando avanti anche un progetto di costruzione di un grande oleodotto) finanziando sostanzialmente il regime.
Pechino ha invece deciso di aiutare concretamente il governo birmano nel reprimere le dissidenze interne: come ha riportato l’agenzia tedesca DPA, citando testimoni oculari, la Cina ha inviato 80 camion militari da trasporto alla polizia di Yangon ed è imminente l’arrivo di altri 100 veicoli fra camion e mezzi antisommossa.









