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Birmania flagellata, decisione choc:
La giunta militare ha impedito lo sbarco: vogliono il nostro petrolio.
RANGOON Il comandante americano in capo per il Pacifico, l’ammiraglio Timothy Keating, ha dato l’ordine all’Uss Essex e alle navi che l’accompagnano di lasciare domani le acque birmane dopo che sono state respinte dal governo birmano quindici richieste di autorizzazione. I media statali birmani hanno riferito che la giunta militare teme una invasione americana per impadronirsi dei depositi di petrolio del paese. La giunta vieta anche agli elicotteri militari dei paesi vicini ed amici di posarsi sul suolo birmano. Un mese dopo il devastante passaggio del ciclone Nargis, le Nazioni Unite ritengono che oltre un milione di birmani non ha ancora ricevuto alcun aiuto d’emergenza. http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200806articoli/33412girata.asp |
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CICLONE NARGIS - BIRMANIA, DISASTRO COLPOSO di Gianrigo Marletta
Yangon (Rangoon) - 08.5.2008 - La giunta sapeva ma non ha allertato la popolazione. E i soccorsi non si vedono
Venerdì sera i venti hanno iniziato ad alzarsi verso le 22. Alle 3 del mattino siamo stati svegliati dallo sbattere delle lamiere dei tetti delle case, ormai staccate quasi del tutto. La pioggia ancora non era iniziata a cadere. Le antenne paraboliche sembravano giganteschi freesbee impazziti lanciati contro case, palazzi e infine sulle auto parcheggiate in strada. Verso le 5 ha iniziato a precipitare una pioggia torrenziale riempiendo d’acqua le abitazioni ormai prive di tetti. In poco più di un’ora il livello dell’acqua nelle strade si é alzato fino all’altezza delle maniglie degli sportelli delle auto. I venti, soffiando fino ai 220 chilometri all’ora, accompagnati da un ininterrotto acquazzone, non hanno lasciato tregua ai cittadini di Yangon e al resto della popolazione del sud del Myanmar fino alle dieci del mattino quando, d’improvviso, una silenziosa calma ha pervaso il terreno ormai distrutto. La quiete dopo la tempesta. Due alberi su tre sono stati sradicati dal suolo, trascinando con loro anche le lastre di cemento circostanti. Non un cartello è rimasto in piedi. Ci sono volute quarantotto ore per raggiungere Dalah, il quartiere più povero della città, sulla sponda sud del fiume Irrawady. Qui le case in mattone o cemento si contavano sulle dita di una mano, il resto delle abitazioni non era altro che un ammasso di baracche di legno e bamboo in cui le porte erano costituite da un telo di plastica. Le zone più colpite e ancora inaccessibili sono le cittadine sul delta. Bogale è il villaggio più colpito, con almeno 10mila morti. “Solo dieci case sono rimaste in piedi” é la voce che é arrivata al nostro tassista. Poi Laputà con circa 2mila morti, Pyapon circa 1.500 e Gheliá con almeno mille decessi circa. In questa regione all’altezza del livello del mare, composta da campi e risaie, l’acqua é salita fino a cinque metri, annegando e portando via ogni forma di vita. La rabbia della gente, seppur contenuta nella loro solita paura, é diretta quasi interamente al governo che “ha dato pochissimo preavviso e quel poco che ha dato era sbagliato”. In effetti solo nei grandi alberghi e nei lussuosi palazzi di uffici sono apparse circolari di avvertimento sulla base delle informazioni fornite in anticipo dal governo indiano. A quella piccola parte di popolazione dotata di radio o televisione era stato accennato che una forte tempesta avrebbe colpito l’ex capitale sabato pomeriggio. Ma l’uragano è arrivato dodici ore prima. Soccorsi inefficaci. La corrente elettrica, qui in città, è tornata solo questa sera (mercoledì, ndr). L'acuq manca ancora: la gente la prende dalle pozze per strada. Il prezzo della benzina è raddoppiato e le prospettive sono di un continuo rincaro. I supermercati sono quasi vuoti e le risorse di acqua potabile pressoché esaurite. Gli sfollati in gran parte sono radunati nelle pagode (i monasteri buddisti), spesso le uniche strutture di cemento. Le famiglie più ricche offrono quel che possono: riso, acqua potabile, qualche soldo. L'aiuto dell'esercito non e' ancora visibile. Appaiono foto ed immagini sui giornali e le Tv governative di soldati sorridenti che offrono ai civili scatoloni di viveri. Ma in strada, qui a Yangon e nei villaggi circostanti, non si vede una divisa. Ieri pomeriggio (martedì, ndr) abbiamo cercato di visitare un centro d'accoglienza messo su in un liceo statale. Una ventina di uomini armati di radioline ci hanno circondato e dopo un breve interrogatorio ci hanno riaccompagnati al taxi. “Questi sono centri d'aiuto solo in apparenza ma pochissimo cibo ed acqua vengono in realtà distribuiti”, si lamentava il tassista una volta ripartiti. Certo è che la nostra presenza e quella dei nostri obbiettivi fotografici non e' stata affatto gradita. La Croce Rossa Internazionale, dal suo piccolo ufficio sulla Strand Road a Yangon, riporta sulla situazione disastrata del delta. Hanno inviato ieri delle squadre di soccorso ( composte solo da operatori locali, gli occidentali non sono ancora ammessi) e coordineranno gli aiuti e il lavoro di tutte altre organizzazioni che arriveranno nei prossimi giorni. La Croce Rossa afferma che la situazione qui a Yangon andrà migliorando di giorno in giorno, ma che basta uscire di dieci chilometri e la gente inizierà presto a morire di tifo e altre malattie trasmesse dall'acqua e dalla malnutrizione. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=10978 |
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CICLONE NARGIS - BIRMANIA, NEL CUORE DEL DRAMMA di Gianrigo Marletta
Myanmar - Bogale - 09.5.2008 - Viaggio nella zona del delta più colpita dalle inondazioni
Morte, disperazione e distruzione. Siamo a Bogale, un centinaio di chilometri a sudovest di Yangon, nel cuore della regione del delta dell’Irrawaddy. E la zona più colpita dalle inondazioni provocate dall’uragano Nargis. Morte e vita difficile. Decine di cadaveri gonfi abbandonati ovunque. La marea li ha lasciati li dove è stata riassorbita dal terreno. Il corpo di un bambino, avrà avuto due anni, ha ancora un laccio legato alla caviglia destra, probabilmente messo dalla madre per evitare inutilmente che fosse trascinato via. Due giorni fa, subito dopo il cataclisma, in una baracca una giovane madre di ventidue anni ha dato alla luce un bambino. Per una disfunzione al seno non riesce a produrre latte, quindi è costretta a ‘nutrire’ il piccolo con l’acqua putrida e fangosa del canale che le scorre vicino. Non c'è acqua pulita, potabile. E non c'è nemmeno riso. I contadini raccolgono quel che possono dai campi marci, frugano tra le macerie in cerca di chiodi arrugginiti per inchiodare teli di plastica su canne di bambù, per costruire rifugi di fortuna. Piove sul bagnato. Nargis se ne è andato, ma i monsoni sono iniziati e quindi la pioggia continua a cadere e lo farà per i prossimi cinque mesi. Una delle caratteristiche del popolo birmano, apprezzata dai visitatori del mondo intero, è la sua capacità di sorridere in ogni momento. Sorridono dopo esser stati massacrati dai militari nelle manifestazioni di piazza; sorridono e chiedono scusa quando al buio, per sbaglio, se ne calpesta uno mentre dorme sdraiato in mezzo al marciapiede; sorridono i poveri; sorridono i malati. Ma oggi, qui a Bogale, non sorride più nessuno. Lo sguardo di tutti è cupo, vuoto. Qui, come in tutte le aree più colpite dal disastro, il referendum costituzionale previsto per domani è stato rinviato al 24 maggio. D’altronde, tutti hanno ben altro a cui pensare in questo momento. Ritorno a Yangon. Torniamo nella ex capitale, Yangon. La corrente elettrica non c’è ancora. Le luci che avevamo visto l’altra sera accendersi nelle pagode e in alcuni edifici erano alimentate da generatori rimessi in moto dopo doversi giorni. L’acqua c’è, ma è razionata con orari diversi di quartiere in quartiere. Ovviamente, l’acqua che esce dai rubinetti non è, come non è mai stata, minimamente potabile: per berla bisogna bollirla. Nelle strade c’è ancora gente armata di accetta e macete: tutti assieme a tagliare e spostare gli enormi tronchi caduti sulle carreggiate. Senza lamenti, sorridendo, gli uomini si danno il cambio, tagliano e spostano rami. Un popolo autonomo che sa bene di non poter contare sull’aiuto di nessuno, tantomeno del proprio governo. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11003 |
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